
Secondo l'indagine Enterprise 2.0, condotta dalla School of Management del Politecnico di Milano e giunta quest'anno alla terza edizione, le aziende sono molto interessate agli strumenti 2.0: oltre il 90% delle imprese del campione (160 aziende di medie e grandi dimensioni) ha in essere iniziative di Unified Communication & Collaboration (UC&C) ed Enterprise Content Management (ECM) e più della metà (57%) utilizza soluzioni di Social Network & Community (SN&C).
Gli investimenti negli strumenti 2.0
L'interesse negli strumenti 2.0 è sottolineato dal fatto che il 42% delle
aziende prevede un aumento di budget rilevante nei tool di SN&C, il 32%
negli strumenti di UC&C e il 31% nelle soluzioni di ECM.
Budget che per ora sono piuttosto modesti sul totale della spesa Ict: si parla infatti di un investimento medio di 110mila euro per le iniziative SN&C, per arrivare ai 225mila e 265mila euro per soluzioni di UC&C ed ECM.
"Il punto - commenta Mariano Corso, responsabile scientifico dell'Osservatorio Enterprise 2.0 - è che le iniziative raramente escono dalla fase sperimentale. Si assiste a una sorta di "sindrome di Peter Pan", come se l'Enterprise 2.0 si rifiutasse di crescere".
L'analisi mette in luce come il livello di maturità delle iniziative sia oggi molto eterogeneo, dove a fianco di casi di successo si trovano molto spesso applicazioni sperimentali o confinate a pochi processi: per esempio strumenti come blog, forum, wiki, podcasting, videosharing mostrano tassi di diffusione interessanti ma con uno scarso livello di maturità e stentano a uscire dalla fase di sperimentazione.
Organizzazione vs tecnologia
Il vero snodo è comprendere che l'Enterprise 2.0 è un fenomeno
innanzitutto organizzativo, non tecnologico: gli strumenti 2.0 non fanno altro
che abilitare o facilitare nuovi modelli organizzativi (una sorta di Organizzazione
2.0) basati su una leadership diffusa, sulla delega e responsabilizzazione e
sulla trasparenza e coerenza.
"Paradossalmente- commenta Stefano Mainetti anch'egli responsabile dell'Osservatorio - bisogna "degegnerizzare" i processi. E se fino a qualche anno fa i Cio dovevano gestire primariamente i dati, adesso sono i processi collaborativi a dover essere supportati".
Il piano urbanistico dell'informazione
A fronte di questi mutamenti, i sistemi informativi dovranno ovviamente evolvere.
"I Cio - spiega Stefano Mainetti, anch'egli responsabile dell'Osservatorio
- devono far parte del tavolo dell'Organizzazione 2.0 e devono entrare nell'ottica
di accettare (o meglio barattare) un po' più di libertà per l'utente
a fronte dello sviluppo degli strumenti 2.0". Il professore del Politecnico
parla di un vero "piano urbanistico dell'informazione". Dice Mainetti:
"Oggi l'intero presidio dell'architettura Ict non è più
possibile, bisogna fare un passo indietro e dare spazio alle persone".
Sì, ma in quali ambiti? Dall'Osservatorio emerge che i Sistemi Informativi, il Marketing, le Risorse Umane e la Comunicazione interna sono le attività all'interno delle quali gli strumenti 2.0 hanno preso piede. Meno rilevanti sono le iniziative 2.0 in ambito Commerciale, Customer Service e Ricerca e Sviluppo.
Si è notata poi una forte correlazione fra l'uso degli strumenti 2.0
e il settore merceologico dell'azienda. Per esempio le aziende dei servizi (anche
Ict), le banche e le assicurazioni stanno iniziando a puntare in modo deciso
e sistematico negli strumenti 2.0. Anche l'automotive, il tessile, la Gdo stanno
mostrando interessanti trend di crescita (pur con investimenti in valore assoluto
più contenuti). Stabili invece i budget nella Pa che ha però investito
in modo significativo in questi strumenti per migliorare l'efficienza dei processi
fra più sedi. Marginali invece il trend di crescita in settori più
tradizionali e meno Ict-intensive quali il metalmeccanico, la logistica, l'alimentare
o il chimico/farmaceutico.
